La pipa del bisnonno Giorgio

Enrico Castello

 

Ci ho messo un po’ a decidermi a scrivere queste righe, perchè come spesso accade, quando si eredita qualcosa, c’è dietro un lutto.  Succede proprio così, che rimettendo a posto le cose di una cara zia, compare uno di quegli oggetti che tutti i famigliari sanno debba finire per forza nelle tue mani, nel mio caso parliamo ovviamente di una pipa.

Chi mi conosce sa che sono una persona poco legata alle proprie radici, il dono di questo oggetto mi ha obbligato a cercare di capire di chi fosse ed in qualche modo ritrovare un pezzo di me stesso.

Lasciando perdere per un attimo i personalismi, mi lancio subito sulla descrizione dell’oggetto, parlo di una piccola billiard con bocchino in corno con innesto a vite, non sono distinguibili chiaramente dei punzoni, se non l’accenno di un rombo sulla radica del cannello sul lato destro. 

La pipa è proprio piccola: pesa 28 grammi, è lunga 125 mm ed il diametro interno del fornello è approssimativamente di 20mm.

Dico approssimativamente perchè presenta segni di fumata veramente pesanti, il bordo del fornello è bruciacchiato e consumato, e la crosta ha uno spessore indefinibile: era talmente malconcia, che l’ho portata dall’amico Mauro Gilli, che non ha potuto far altro che fare un restauro puramente estetico, e, dietro suo consiglio, la pipa è finita in vetrina; troppo rischioso fumarla.

Raccogliendo informazioni dagli amici più esperti, per shape, fattura e materiali, si può ipotizzare sia una pipa prodotta in Italia presumibilmente negli anni ’20/’30.

Sulla base dei racconti di famiglia, posso quindi pensare che sia appartenuta al bisnonno Giorgio, classe 1882, per qualche scherzo del destino pipatorio, è mancato lo stesso anno in cui sono nato io.  Giorgio impara il mestiere da suo papà “capomastro-costruttore” , ma ha poi cambiato e trovato lavoro come magazziniere alla Lavazza. La mia immaginazione va quindi a questa pipa, fumata magari in pausa pranzo da un 20enne robusto in un cantiere edile del Monferrato con un trinciato nazionale, e riaccesa qualche anno dopo dallo stesso uomo durante il controllo di un registro di magazzino a Torino. Oppure, semplicemente la sera, a casa, ascoltando il giornale radio, mentre mio nonno gioca a terra con un trenino di legno. Magari negli anni abbandonata per qualche sigaretta senza filtro di sicuro più pratica e moderna, e riaccesa per occasioni più sporadiche, e poi passata di cassetto in cassetto, fino ad arrivare a me.

Forse per questo mi piace questo oggetto: non è una Dunhill, forse potrebbe essere una Rossi, ma di sicuro è un oggetto che è stato usato, vissuto, toccato, un oggetto che ha accompagnato le vicessitudini di famiglia, per poi arrivare a me, un testimone muto di ciò che è stato. L’unico vero peccato è il non poterla fumare.

 

Enrico